Che fastidio!
Non tutto quello che ronza va ucciso.
Non sopporto avere una mosca in casa.
È sporca e quel ronzio sottile ti entra nelle orecchie come un sottofondo che non hai scelto.
La scacci. Si allontana.
Poi la ritrovi di nuovo lì, a girare in tondo, a sfiorare il vetro, a passarti vicino senza chiedere permesso.
Non sembra farlo per sfida, ma continua.
Stessa categoria: la zanzara di notte.
Tu sei a letto, stai per crollare e lei no.
Quel ronzio preciso, chirurgico, che ti entra nell’orecchio proprio quando stai scivolando nel sonno.
Ti alzi, accendi la luce, controlli gli angoli, scruti il soffitto. Non la trovi.
Ti rimetti giù. Silenzio.
Poi di nuovo: zzz.
E ricominci.
Non è solo una questione di insetti, è quel tipo di fastidio che non riesci a ignorare, come certe piccole cose della quotidianità:
una notifica che arriva proprio mentre stavi finalmente trovando silenzio
una mail che ti punge mentre stavi lavorando tranquilla
una frase detta con leggerezza che ti resta addosso più del dovuto
E quasi sempre succede la stessa cosa: ti muovi, fai, ti agiti.
Con l’unico obiettivo di togliere di mezzo quel fastidio il prima possibile.
Ciao sono Silvia, quella che stai leggendo è Questione di Impermanenza. Sono Counselor Gestalt e ti farò compagnia condividendo riflessioni, consigli ed emozioni, parlo di crescita personale e viaggi.
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Quelle giornate in cui senti che qualcosa dentro si muove.
Ieri sono andata al centro yoga e mi sono sdraiata sul tappetino con addosso un po’ di agitazione, non sapevo bene per cosa.
Ho deciso di andare alla lezione di Yin Yoga, un tipo di pratica che in parole semplici, ti chiede di non fare niente.
Restare in una posizione per diversi minuti, lasciare che il corpo si apra piano, aiutandolo solo con il respiro e la meditazione.
Prima di iniziare, l’insegnante ha detto una cosa che mi ha colpito:
“La pratica non consiste nel stare nel dolore, ma nel trovare quel punto in cui senti intensità e puoi ancora respirare. Se senti dolore, lo sai solo tu. Non lo so io, non lo sa chi ti guarda, è il tuo lavoro accorgertene.”
Aiutati prendendo un cuscino, due oppure tre e ti sostieni.
E lì ho pensato a quanto, fuori dal tappetino, facciamo l’esatto contrario.
Quando qualcosa punge, aumentiamo l’intensità, ci acceleriamo, ci intestardiamo.
Invece quella pratica così semplice ti mette davanti a un’altra possibilità: restare.
Sentire il limite, riconoscerlo senza giudicarti e scegliere di sostenerti, con presenza.
Altro aspetto sorprendente è che durante la pratica, l’insegnante usa strumenti che producono suoni diversi, vibrazioni sottili che entrano in contatto con il corpo.
Mi trovavo in una posizione di apertura, una torsione con il cuore rivolto verso l’alto, occhi chiusi e, mentre l’aria e il tempo sembravano diluiti, l’insegnante mi si è avvicinata appoggiando al mio orecchio uno strumento che emetteva un suono simile a quello di un carillon.
Un suono di quelli che ti entrano dentro senza chiedere permesso.
E sì, qualcosa in me si è mosso. Le lacrime sono arrivate subito, senza preavviso.
Solo che non era ancora un posto che sentivo “mio”, ovvero è un luogo che conosco da poco, con un’insegnante che avevo visto solo due volte.
In quel momento di vulnerabilità è arrivata quella domanda silenziosa che conosciamo bene quando ci sentiamo così: “posso lasciarmi andare qui?”
Non tanto per il pianto in sé, ma per quello che poteva succedere dopo, perché quando ti apri davvero, non sai mai quanto le emozioni ti travolgeranno e ti chiedi se dall’altra parte ci sarà presenza, se qualcuno saprà reggere con te, senza giudicarti, e senza farti sentire “troppo”.
Così ho trattenuto. Ho continuato a respirare cercando di restare composta, come se potessi scegliere io l’intensità dell’emozione. Dentro sentivo che non era dramma ma solo una parte di me che stava bussando e aspettava un segnale di sicurezza.
Poi, nella posizione di riposo, ho sentito la presenza dell’insegnante dietro di me. Mi ha appoggiato le mani sul collo e mi ha fatto un micro massaggio, essenziale. Un gesto piccolo, ma chiarissimo, come dire: “ci sono, ti tengo.”
Non ha provato a “salvarmi”, è rimasta lì, con quella presenza tranquilla che non invade.
In quel momento ho capito una cosa: quando percepisci apertura, il corpo smette di difendersi, allenta la presa.
Nelle sessioni di counseling si chiama “vincolo terapeutico”: quel senso di sicurezza che si crea tra due persone quando senti che dall’altra parte non devi recitare, non devi controllare, non devi dimostrare.
A volte basta aprire un poco il corpo, con un pizzico di fiducia, perché il contatto diventi autentico.
Forse è proprio questo che mi porto a casa: siamo bravissimi a scappare dalle emozioni: se qualcosa fa male, lo copriamo, se qualcosa ci mette a disagio, cambiamo stanza, discorso, pensiero.
A volte, invece, quello che dà fastidio non chiede di essere eliminato, chiede di essere sentito. Come nello Yin Yoga: se ti muovi subito, non capisci dov’è il limite. Se resti, respirando, succede qualcosa.
A volte è un dettaglio, a volte un ricordo altre volte una consapevolezza piccola ma precisissima.
Visto che questa newsletter ti arriva oggi che è San Valentino, quest’anno ti invito a vivere questa ricorrenza in maniera diversa.
Vai oltre la festa commerciale, e senti com’è esserci davvero.
Per te, per chi amiamo, per chi ci circonda. Anche solo per un minuto ma che fa la differenza.
Un piccolo esercizio per restare
Oggi ti invito a Restare e ti propongo un paio di esercizi.
Se vuoi provare, fallo adesso, non serve cambiare stanza, non serve creare l’atmosfera perfetta.
*
Primo passo.
Guarda fuori dalla finestra (o intorno a te) e nomina mentalmente 10 cose che vedi. Oggetti semplici, senza interpretarli, solo nominarli.
Poi trova 10 colori, anche sfumature: verde chiaro, grigio sporco, blu spento.
Lascia che lo sguardo rallenti. È un modo molto concreto per tornare qui.
*
Secondo passo.
Chiudi gli occhi. Porta l’attenzione al respiro, senza cambiarlo, solo sentirlo.
Chiediti: “C’è una zona del corpo che è più tesa? Spalle, mandibola, pancia, gola?”
Se c’è, non cercare di sistemarla, porta il respiro lì, come se lo appoggiassi delicatamente in quel punto.
Accenna un sorriso leggerissimo per ammorbidire e lascia che anche quel micro-sorriso scenda dove senti tensione.
Se arrivano emozioni, non analizzarle, lasciale scorrere come passa una nuvola.
Poi, prima di riaprire gli occhi, formula un pensiero semplice verso di te. Non qualcosa di grandioso, anche solo:
“Va bene così.”
💭 Pensieri finali
Cosa vuol dire, per te, RESTARE?
Per me restare è rimanere anche quando qualcosa punge: un’emozione, una tensione, una frase che ti rimane addosso. È darti 60 secondi in più, prima di muoverti.
Quando qualcosa dà fastidio, il riflesso è scacciarlo: una mosca, un pensiero, un’emozione, mentre a volte, quel fastidio chiede solo di essere sentito.
*
IMPORTANTE
Come sempre ti ricordo che, oltre alla newsletter, se ne sentissi il bisogno accompagno anche in percorsi individuali di counseling.
Scrivimi e ne parliamo. ❤️
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Bellissima questa newsletter, molto intima! Io piango spesso durante yoga e mentre all'inizio me ne vergognavo, adesso sono contenta che si muova qualcosa. Poi io la vedo come una sorta di commozione nel mio caso, non è un pianto disperato, è più un'emozione forte, non so se è simile a quello che provi tu. Per quanto riguarda il "resistere" in una situazione difficile, magari è l'imprinting familiare del senso di sacrificio che appartiene meno alle nostre generazioni. Comunque lo studio di yoga sembra bellissimo!