Guarda che fa!
Ti guardo. Mi confronto. Un pò ti invidio.
Ci sono persone che dicono di non provare mai invidia.
Io, con affetto, non ci credo 😁
Più spesso succede che non la chiamiamo invidia ma la sentiamo come:
fastidio
irritazione
giudizio
ironia
distacco
Diventa “vabbè, facile così”, oppure “non mi interessa”, oppure “io al suo posto…”.
Perché l’invidia, diciamolo, non è elegante e nemmeno spirituale.
Non la metti in bio.
Non te ne vanti.
Non è un traguardo raggiunto, né una certificazione da appendere al muro tipo: “Complimenti, non sei mai stata invidiosa!”
Eppure è lì.
Puntuale come quel pensiero che arriva proprio quando stavi iniziando a sentirti a posto.
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Si chiama Invidia.
Io me ne sono accorta presto.
All’università, per esempio, invidiavo la mia amica che studiava trenta pagine di un libro da millecinquecento e poi all’esame le chiedevano esattamente quelle.
Passava con 28 mentre io sudavo, macinavo, studiavo tutto e ne uscivo distrutta e con quella sensazione sottile che conoscono in tanti:
“Ma perché a me tocca sempre così?”
Ma l’invidia l’ho anche subita.
Alle elementari, scuola dalle suore, alcune bambine “simpatiche” avevano creato il “club anti Silvia Amato”.
Oggi lo chiameremmo bullismo, senza troppi giri di parole, all’epoca nessuno usava quella parola, ma il senso era lo stesso: essere messa da parte, presa di mira, solo perché mi piaceva fare bene le cose, solo perché in qualche modo spiccavo, senza volerlo.
E siccome eravamo dalle suore, la giornata iniziava con la preghiera del mattino. È lì che mi è rimasta impressa una scena. Avevo sette anni.
Davanti alla maestra e a tutta la classe, mi sono alzata in piedi e ho detto:
“Prego per quelle bambine che hanno fatto il “club anti Silvia Amato”, perché non sanno quello che fanno.”
Lo racconto adesso e sorrido. Non so se oggi avrei la stessa faccia tosta per dire una cosa del genere, essere così pura.
Probabilmente prima mi partirebbero quindici pare, un “forse è meglio evitare”, un “non esagerare”, un “poi che figura”. A sette anni invece no: ho fatto la cosa più semplice, mi sono alzata e l’ho detto.
Poi sono arrivate le invidie sentimentali, quelle che ti prendono allo stomaco. Amiche con il fidanzato perfetto, romantico, presente. Io, puntualmente, innamorata del bello e dannato, quello emotivamente irreperibile.
Quello che non è pronto, ha bisogno dei suoi spazi, non sa cosa vuole e lì l’invidia non era solo verso di loro, era anche verso me stessa, verso la mia ostinazione a scegliere ciò che non mi avrebbe mai scelto davvero.
C’è stata, ed esiste ancora a tratti, anche l’invidia verso chi sembra affidarsi alla vita con più leggerezza.
Persone che mollano il controllo, fanno un salto nel vuoto e, almeno da fuori, sembra che l’universo risponda: occasioni che arrivano, incontri che si incastrano, porte che si aprono.
La verità è che a volte l’ho fatto anch’io, mi sono affidata e in quei momenti la vita mi ha parlato e mi ha restituito esattamente quello che desideravo.
Eppure non sempre riesco a stare lì.
C’è ancora una parte di me che sente che tutto vada conquistato, sudato, meritato fino all’ultimo respiro. Come se il mondo dicesse:
“ok, va bene desiderare… ma dimostra ancora un po’! ”
E quel bisogno di “dimostrare” non è nato ieri.
Da piccola volevo fare la cantante, o meglio la diva. Inventavo storie pazzesche con le Barbie, mondi interi nella mia cameretta. Mi divertivo moltissimo: cantavo, recitavo, mettevo in scena personaggi, emozioni, possibilità. Erano giochi, ma era anche un modo molto serio di esistere per me.
Allo stesso tempo guardavo gli altri bambini, che giocavano nella terra, sporchi, liberi, con un misto di ammirazione e fastidio.
Sembravano muoversi senza pensarci troppo, senza dover fare bene, senza dover dimostrare niente a nessuno.
Ripensandoci adesso, mi accorgo che l’invidia non era tanto verso gli altri bambini, ma verso una libertà che mi sembrava lontana: una libertà senza prestazione, senza giudizio, senza bisogno di essere “giusta”.
Che tu ci creda oppure no, l’invidia è molto più presente nella vita quotidiana di quanto siamo disposti ad ammettere, spesso prende forme eleganti, socialmente accettabili, quasi invisibili.
C’è, per esempio, l’invidia creativa: quella che senti quando vedi qualcuno creare con naturalezza, esporre le proprie idee senza tremare, abitare il proprio talento con una leggerezza che sembra innata.
Non pensi “la invidio”. Pensi piuttosto “sì, però è facile così”, oppure “io non potrei mai”. E intanto, senza rumore, dentro di te qualcosa si stringe.
C’è l’invidia verso chi sembra vivere una vita semplice. Persone che lavorano meno, che si concedono pause, che non sembrano sempre in affanno. Le guardi e magari ti racconti che sono irresponsabili, superficiali, poco concrete. Ma sotto, spesso, c’è una domanda molto più onesta:
“perché io non riesco a farlo?”
C’è l’invidia del corpo. Non tanto per l’estetica in sé, ma per il rapporto che l’altro sembra avere con il proprio corpo:
Chi mangia senza colpa.
Chi si muove senza vergogna.
Chi non sembra costantemente in guerra con se stessə.
E anche qui l’invidia si maschera da giudizio:
“eh però poi ingrasserà, prima o poi pagherà. “
Come se la libertà dovesse sempre avere un prezzo.
Esiste poi l’invidia per la sicurezza interiore ovvero quell’invidia verso quelle persone che sembrano sapere cosa vogliono, che prendono decisioni senza giustificarsi troppo, che non chiedono continuamente conferme. Non è che non abbiano dubbi: è che non li rendono pubblici e chi li osserva spesso si sente indietro, fuori tempo, come se ci fosse un traguardo che tutti hanno già superato.
E infine c’è l’invidia verso chi appare organizzato, lineare, coerente. Chi sembra avere una direzione chiara, una struttura, una vita che fila. Mentre tu sei ancora lì a rimettere insieme i pezzi, a cambiare idea, a sentire che qualcosa non torna ma senza sapere ancora cosa.
Tutte queste invidie (e sicuramente ce ne sono molte altre) hanno una cosa in comune: non parlano davvero dell’altro, parlano di un desiderio che non trova spazio, di una parte di noi che resta compressa.
L’invidia non viaggia da sola, spesso ha una compagna silenziosa, l’ansia.
L’invidia accende il paragone e questo ha un costo energetico, mentale ed emotivo notevole: guardi l’altro, misuri te stessə, alzi l’asticella, ti chiedi se stai facendo abbastanza, se sei abbastanza avanti, abbastanza bravə, abbastanza “arrivatə”.
E così diventi esigente con te, non per amore, ma per non sentirti indietro.
L’ansia, in questi casi, arriva come tensione di fondo, come quella spinta a fare di più, meglio, più velocemente, a dimostrare, a superare, a non fermarti mai davvero.
La verità è che non siamo fatti solo di parti luminose, siamo fatti anche di confronti, di mancanze, di desideri che non hanno magari ancora trovato una strada propria.
Tranquillə, si può imparare a stare in tutto questo senza farsi la guerra, giocando un po’ con il “proprio dramma” quando serve, senza prendersi sempre sul serio.
💭 Pensieri finali
L’invidia è un segnale, a volte ruvido, a volte ironico, ma comunque informativo.
Arriva quando stiamo guardando fuori invece che dentro, quando ci confrontiamo più di quanto ci ascoltiamo e se la tratti come un nemico, ti irrigidisci.
Non serve eliminarla, basta non farle guidare le scelte, riconoscerla, sorriderle: riportare l’attenzione su di te è un modo di prenderti cura del tuo equilibrio.
Se hai bisogno di supporto non esitare a contattarmi. Sono qui per te. ❤️
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Mi è piaciuto molto! Io ho una teoria sull'invidia, che se abbiamo questa emozione nel nostro arsenale a qualcosa serve.
Secondo me serve a darci quella spinta per ottenere quello che vogliamo. È un confronto e un senso di mancanza che ci fa dire: aspetta un attimo, questa cosa la voglio anch'io! Sembra una situazione migliore di quello che sto vivendo. Come posso fare?
Poi naturalmente se la lasciamo prendere il sopravvento può diventare distruttiva, però alla base secondo me è potenzialmente costruttiva.
Molto interessante e soprattutto molto figa la bambina di 7 anni! È anche un circolo, io invidio chi sa fare tutte le posizione di yoga e chi scrive un libro. Magari c'è chi invidia me per lo stile di vita libero, non è necessariamente un sentimento negativo come dici tu, ma magari anche la visione di una possibile altra vita, facendo altre scelte!